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Questo scritto, che introduce il dialogo tra il Buddhismo e la
Filosofia Classica, ha lo scopo, da un lato, di creare un ponte fra i
due mondi e, dall'altro, di mettere in luce, sotto la lente del Dharma,
quegli elementi culturali già esistenti in Occidente affini alla
pratica buddhista.
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Il Buddhismo può essere praticato a vari livelli a secondo delle
predisposizioni karmiche e delle capacità di comprensione di un
individuo.
Normalmente il Dharma è suddiviso in due aspetti: quello mondano, che
mira a creare buon karma e felicità e comporta un equilibrio delle
proprie passioni ed emozioni; e quello sovramondano, che mira
all’illuminazione e comporta il distacco sereno da tutte le passioni
mondane.
Il primo, quello mondano, è probabilmente quello che si sta affermando
di più nell’occidente moderno, tecnologico, scientifico, edonista.
Molti sono quelli interessati ad apprendere il Dharma per motivi di
salute fisica e mentale o per trovare più serenità nella propria vita,
ma pochi farebbero una scelta di vita che li portasse a rinunciare ai
propri possedimenti materiali e affettivi.
Sotto questo aspetto è interessante fare un parallelismo con una delle
radici della cultura occidentale: l’epicureismo che ritorna sempre più
attuale, soprattutto sul piano etico della vita moderna.
L’epicureismo è stato un movimento prevalentemente ateo dato che già il
suo fondatore Epicuro, nel IV secolo AC pur confermando l’esistenza
degli dei, aveva negato loro la possibilità di intervenire nella vita
degli uomini, relegandoli quindi a puri modelli ideali di virtù. Per
Epicuro non ha infatti alcun senso rivolgere loro le preghiere o averne
timore dato che sono totalmente indifferenti al destino degli uomini.
E in seguito molti epicurei, avendoli ridotti a mera esistenza formale,
faranno a meno di celebrarli.
Lucrezio, epicureo romano del I sec AC. nella sua opera De rerum
natura, mostra come gli dei siano creazioni dell’immaginazione umana
per giustificare i timori causati dai fenomeni naturali come le
siccità, le inondazioni, le tempeste marine, ecc…
Parallelamente il Buddha, nei suoi vari sermoni mette in guardia i
praticanti dal rivolgersi a lui come a una divinità e,
contemporaneamente, a non rivolgersi alle divinità del ricco pantheon
tradizionale indù con preghiere di supplica dato che queste nulla
possono fare per soddisfarle.
Gli dei sono posti dal Buddha, al pari di tutti gli altri esseri, nella
sfera del Samsara, il ciclo di nascita e morte, quindi in una
condizione di impermanenza: anche loro un giorno esaurito il karma
positivo rinasceranno in altre sfere di esistenza inferiore. In questo
senso, il loro status è da loro stessi riconosciuto come inferiore a
quello del Buddha che, anche se umano, ha trasceso la condizione del
divenire. Questa superirità è riconosciuta per esempio da Indra, uno
degli dei più potenti,che si inchina al cospetto del Buddha per
chiedergli il Dharma.
Ma ciò che più è importante sottolineare è l’aspetto etico che accomuna
le due filosofie di vita.
L’epicureo Lucrezio, basandosi sulle concezioni fisiche epicuree del
tempo aderisce a un materialismo meccanicista (teoria degli atomi
indivisibili e pieni) secondo cui anche l’anima, al pari del corpo, ma
in modo più sottile, è un aggregato materiale di atomi.
Tuttavia, distanziandosi da Epicuro, Lucrezio ammorbidisce la visione
rigidamente deterministica lasciando un certo spazio alla contingenza e
al libero agire umano, quindi alla morale.
La morale epicurea, fondamentalmente consiste nel tentativo di
ricercare una felicità terrena senza l’ausilio di un dio. Questa
felicità si identifica in quello stato di serenità interiore e
equllibrata saggezza che è l’atarassia. L’assenza del dolore fisico e
del turbamento (inquietudine) morale deve essere ricercato dal saggio
senza superficialità o dissolutezza perché causerebbe più mali che
piaceri.
Per Epicuro l’atarassia è uno stato di delicato equilibrio interiore
che se praticato da tutti può generare una società sana, giusta e
armoniosa.
“ E poiché il piacere è il nostro primo e congenito bene, anche per
questo non scegliamo ogni piacere, ma talvolta passiamo sopra a molti
piaceri, quando ne consegua a noi maggior molestia; e molti dolori noi
consideriamo superirori ai piaceri quando, a noi consegua maggior
piacere dall’averli per molto tempo sopportati (…) Infatti un vile
sapore apporta un piacere pari a quello di una mensa sontuosal, una
volta eliminata la sofferenza provocata dal bisogno… E pane e acqua
danno il supremo piacere quando li riceve chi ne ha un effettivo
bisogno. Avere la consuetudine di cibarsi semplicemente e non
sontuosamente non solo ci garantisce la buona salute e fa sì che l’uomo
affronti senza indugio le inevitabili occupazioni della vita , ma anche
ci dispone meglio ad assaporare le mense sontuose che di quando in
quando ci sopraggiungono e ci rende impavidi dinanzi alla sorte.
Quando dunque noi diciamo che il piacere è il compimento supremo della
felicità, non intendiamo riferirci alla voluttà dei dissoluti ed ai
godimenti sensuali, come pur vogliono alcuni per ignoranza o dissenso o
fraintendimento, intendiamo bensì l’assenza di sofferenza fisica e
l’imperturbata tranquillità dell’anima”.
Con la natura vi è un rapporto equilibrato per garantire la più alta
serenità d’animo. I desideri e le passioni non sono totalmente banditi
ma assecondati nella misura in cui portano beneficio e non sofferenza.
La piena responsabilità dell’agire umano è data all’individiuo proprio
come fa il buddhismo, dandogli in tal modo piena dignità. L’inferno
consiste nelle angosce e i timori che risiedono nella coscienza.
Nel Buddhismo il concetto di Via di Mezzo, il giusto equilibrio fra gli
estremi dell’ascetismo e del sensualismo, permea i principi etici laici
e quindi della sfera mondana. Nel Sigalovada Sutta per es il consiglio
dato ai laici di praticare il Dharma senza bisogno di rinunciare ai
propri beni ( come invece è detto nel Vangelo: abbandona tutto e
seguimi ) è quello di saperli gestire saggiamente e senza avidità.
Nel terzo precetto riguardante la sessualità, non si esige l’astinenza
completa o il rapporto sessuale ai soli fini procreativi, ma un
rapporto corretto con l’altro/a, preferibilmente accompagnato da
sinceri sentimenti d’affetto e rispetto.
Nel cibarsi non si consiglia di fare digiuni prolungati o evitare tutto
ciò che è considerato “leccornia” ma di mangiare con consapevolezza e
moderazione.
La possibilità di essere vegetariani è una scelta etica basata sulla
compassione verso tutti gli esseri. Ciò che rende molto forte e
attraente l’etica buddhista, e che la distanzia da altre filosofie è
infatti la compassione e la non violenza verso tutte le forme di vita.
Quindi in molti punti l’etica buddhista coincide con quella epicurea,
soprattutto per ciò che concerne la saggezza mondana, quella che
permette di vivere in questo mondo del Samsara in modo meno sofferente
possibile. L’epicureismo del resto afferma che le ultime angosce,
quelle esistenziali cessano solo con la morte, che per loro è la fine
dell’individuo.
Il Buddhismo invece, ricorda agli esseri che tutte le gioie
sperimentate in questa vita, per quanto elevate e sublimi, non durano a
lungo e, inevitabilmente, una volta cessate, lasciano il posto
all’esperienza opposta di frustrazione e dolore. Così si continua a
perpetuare il Samsara, il ciclo di nascita e morte. La condizione di
totale distacco dalle proprie passioni ed emozioni, la pace e
beatitudine, si realizza seguendo il Dharma sovramondano che conduce
alla perfetta liberazione dal Samsara, lo stato del Nirvana e
dell’illuminazione completa.
Taeri sunim _/|\_
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